Parabola del seme che germoglia da solo
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Questa parabola può essere vista come correlata alla parabola del seminatore, anche se non la segue immediatamente nel testo evangelico. Anche quando il contadino dorme, il regno di Dio è in continua crescita. Esso cresce per indirizzo di Dio, non dell'uomo, e segue dei tempi propri.
La versione del Vangelo secondo Marco (4, 26-29)

Cerchiamo il significato della parabola:
La parabola narra la pazienza di Dio, la capacità del Signore di attendere i tempi umani, ma essa suggerisce anche a noi una modalità di lavoro che è la non-azione, l’acconsentire alla maturazione dell’altro senza forzare i tempi, l’acconsentire all'azione di Dio nell'altro senza fretta, senza presunzione e senza angoscia. Si tratta di imparare la faticosa arte di non agire, di aiutare ciò che procede da solo, di porre un freno alla nostra impazienza, di astenerci dall’intervenire direttamente impedendo la giusta possibilità del terreno di dare frutto nella propria misura (trenta, sessanta, cento) e a proprio
tempo.
Occorre lasciar fare facendo fiducia alla potenza del seme-parola di Dio e alla capacità di accoglienza della terra-cuore umano. Lasciar fare senza trascurare, ma avendo cura e aiutando la crescita con l’atto generante della fiducia.
La fiducia è la non-azione che consente all’altro di trovare la forza e la possibilità di agire, anzi, di essere, di divenire, di crescere. Ovviamente, va evitata la passività: occorrerà accompagnare il processo.
Come testimoniano altre parabole evangeliche, occorre sarchiare il terreno, zapparlo, irrigarlo, insomma mettersi a disposizione del terreno e del seme perché possa germinare e crescere come pianta con i suoi tempi. L’efficacia, in questo caso, è tutta nel non ingerirsi e nell'assecondare, con umiltà, un processo che avverrà non in virtù dei nostri sforzi, ma
sponte sua. Si tratta di mettersi a servizio di ciò che procede da solo. Non è facile questo assecondare perché implica il nostro metterci in seconda posizione, il rinunciare all'essere i protagonisti indiscussi dell’evento.
Certamente, nel concreto di tante situazioni questo equilibrio non è facile da trovare e occorrerà vagliare caso per caso tra intervento e attesa, ma il testo evangelico apre una prospettiva ispirata a mitezza. Non al clamore, ma alla discrezione, non al controllo ma alla fiducia, non all'agire, ma all'attesa, non all'intervento, ma all'ascolto. Una parabola evangelica, che ha a che fare con il tempo e anche con il raccolto agricolo abbondante, illustra bene quanto sto dicendo. In Lc 12,16-21 si parla di un uomo ricco che elabora il modello di un piano da realizzare per mettere al sicuro il raccolto abbondante della sua campagna, piano che però sarà smentito dalla sua imprevedibile morte la notte stessa.
Il progetto di quest’uomo tendeva a controllare il tempo, a dominare il futuro, ad avere una presa sul passare del tempo.
Noi spesso pensiamo l’efficacia come controllo. Gesù dirà, facendo eco alla tradizione sapienziale biblica: “Chi di voi, per quanto si dia da fare, può allungare anche di poco, la propria vita?” (Lc 12,25).