Parabola del fico sterile
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La parabola del fico sterile (da non confondere con la parabola del fico che germoglia) è una parabola di Gesù che si trova nel vangelo di Luca. Essa parla di una pianta di fico che non produce frutti.
La versione del Vangelo secondo Luca (13, 6-9)

I padri della chiesa e successivamente tutta la chiesa cattolica hanno interpretato questa parabola come un avviso di Gesù ai cristiani, i quali si devono impegnare a produrre frutti con la loro conversione e con le loro opere o rischiano di essere condannati all'inferno. Dio, nella sua infinita misericordia, ripetutamente chiede ai credenti di portare i loro frutti con la memoria del loro battesimo. Se qualcuno che è stato battezzato non da frutto alla parola di Cristo, egli è condannato. Questi versetti vennero ampiamente utilizzati dalla controriforma per supportare la chiesa nella propria credenza di essere nel giusto condannando gli "eretici" protestanti.
Nella parabola, il proprietario della pianta è generalmente inteso come Dio Padre, il quale si aspetta che le sue piante diano il frutto per cui sono state seminate. Il giardiniere è Gesù. Le piante di fico erano piante comuni nel mondo mediorientale e difficilmente venivano piantate nei vigneti a causa delle loro radici profonde e delle grandi fronde che avrebbero coperto eccessivamente il raccolto della vite.
La pianta di fico era inoltre un simbolo comune per Israele che anche in riferimento al popolo di Dio può quindi avere un senso nella parabola, come pure esso si può riferire ai cristiani che hanno udito la parola di Cristo attraverso il vangelo. In entrambi i casi, la parabola fa riflettere sul fatto che Gesù ci dona una possibilità di redimerci dal peccato perdonandoci, mostrando la sua grazia ai credenti. "Questi tre anni" logicamente si riferisce al periodo del ministero di Gesù, o semplicemente esso è il periodo in cui un fico è maturo per la produzione di frutti.
Il proprietario è un possidente assente, che si reca in visita la campo una volta all'anno. La legge ebraica, proibiva di mangiare i frutti di questa pianta prima del suo terzo anno di vita. Probabilmente l'evangelista Luca trasse questa parabola dalla tradizione ebraica o riprese comunque elementi noti alla cultura israelitica per renderne il significato ancora più familiare al pubblico di lettori. Per quanto la parabola si trovi nel vangelo di Luca altri due vangeli sinottici riportano un episodio di maledizione del fico.
«Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo.
Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?». Ma quello gli rispose: «Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai»
Cerchiamo il significato della parabola:
La Parabola usa l'immagine dell'albero del fico per annunciare l'esigenza del Padre di vedere negli uomini i frutti buoni, e la misericordia che il Padre vuole usare all'umanità attraverso il Cristo, e nel contempo è rivelare che Dio attende con pazienza la conversione degli empi, ma quando è giunta l'ora del castigo si mostra inesorabile, se non viene placato con la penitenza. L'albero di fico era già nei profeti un'immagine di Israele: Os 9,10; Mi 7,1; Ger 8,13[2]. In particolare, le citazioni di Michea e Geremia si riferiscono a fichi infruttuosi, in riferimento all'infedeltà del popolo di Dio. Il fico è un albero comune nella Palestina, e qui nella parabola rappresenta il popolo giudaico, il quale non rendeva a Dio alcun frutto nonostante tutte le cure usategli. Le vigne poi erano luoghi particolarmente adatti per il fico, ed è pertanto giustificata l'aspettativa dei frutti da parte del proprietario.
Sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Tre anni sono più che sufficienti all'albero di fico per portar frutti. Il padrone aveva quindi tutti i diritti di aspettarsi dì trovarne. Questi tre anni rappresentano il lungo periodo di tempo, che Dio concesse agli Ebrei affinché si convertissero a lui.
Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? La pianta che non porta frutto, ma ingombra solo il terreno, è condannata al taglio.
Padrone, lascialo ancora quest'anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l'avvenire; se no, lo taglierai. Questo coltivatore pietoso che implora un rinvio al castigo è Gesù Cristo. L'anno, che ancora ottiene, rappresenta il tempo, che corre dal pubblico ministero di Gesù sino alla distruzione di Gerusalemme. Durante quest’intervallo Gesù per mezzo dei suoi miracoli e della sua dottrina e per mezzo della predicazione degli Apostoli, fece un ultimo tentativo per richiamare il popolo giudaico sulla retta via, ma inutilmente.
I Giudei non si convertirono, e 40 anni dopo la morte di Gesù, Gerusalemme fu distrutta, e il popolo in gran parte ucciso e i pochi superstiti vennero dispersi fra tutte le nazioni. L’attesa per quest'anno: è il tema dell'anno di grazia (cfr. Lc 4,19), da ricollegare agli annunci del giubileo (Lev 25,8-17), che prevedevano la liberazione degli schiavi e la restituzione della terra ai proprietari originari.
Si osservi che quantunque la parabola si riferisca direttamente al popolo giudaico, tuttavia serve ancora di ammaestramento a tutti i Cristiani a non abusare della bontà e longanimità, con cui Dio aspetta da loro frutti di penitenza.
La parabola non permette però neppure di pensare che c'è sempre tempo e che la pazienza di Dio è senza limiti: Dio è certamente paziente, ma l'uomo non può programmarla o fissarne scadenze. Come altrove (Padre Misericordioso, Lc 15,11-32), la parabola viene interrotta prima della fine, non sappiamo cosa è avvenuto alla fine di quel fico o se c'è ancora spazio per il ritorno di Israele.