Parabola del Buon Pastore
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La pericope del buon Pastore si trova nel Vangelo secondo Giovanni: 10,1-21. In essa Gesù stesso si descrive come il pastore che dona la vita per le sue pecore. Questo brano, tipico del Vangelo di Giovanni, ha dei richiami negli altri vangeli, soprattutto nella Parabola della pecora smarrita (Mt 18,12-14 e Lc 15,1-7).
Soprattutto a partire da questo brano molto sovente Gesù viene chiamato: Buon Pastore.
La versione del Vangelo secondo Giovanni (10, 1-21)

Nell'Antico Testamento Dio stesso viene chiamato Pastore. In particolare il salmo 23 ci presenta la descrizione di Dio come buon pastore.
Nel Libro di Ezechiele, al capitolo 34, il profeta riferisce l'ammonimento del Signore ai pastori di Israele, perché "pascono se stessi" e quindi "le pecore si sono disperse e son preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate". A causa di egocentrismo e incuria del bene affidatogli da Dio, "crudeltà e violenza" nei confronti delle pecore smarrite, il Signore è vera e viva presenza"contro [tali] pastori" , per giudicarli e per porre se stesso alla guida del gregge.
«Dice il Signore Dio: Eccomi contro i pastori: chiederò loro conto del mio gregge e non li lascerò più pascolare il mio gregge, così i pastori non pasceranno più se stessi, ma strapperò loro di bocca le mie pecore e non saranno più il loro pasto. Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. Le ritirerò dai popoli e le radunerò da tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti d'Israele, nelle valli e in tutte le praterie della regione.»
Cerchiamo il significato della parabola:
Il testo corrisponde al Capitolo 10 di Giovanni, nel quale Gesù si presenta con parole di regalità: "io sono la porta, se uno non passa attraverso di me non entra nell’ovile". Nel Capitolo 9 Gesù discute con i farisei sul tema della cecità e termina con la guarigione di un cieco. Questa guarigione é commentata dai farisei dicendo: "Siamo forse ciechi anche noi?" e Gesù non esita a rispondere loro: "Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane" (Gv 9, 40-41). La narrazione prosegue nel capitolo successivo, lasciando intendere che essi continuano a non capire: ancora una volta viene sottolineato il tema della cecità e il ruolo emblematico di Gesù che in tale contesto dà la luce, ridà la vista, sconfigge quella cecità qui rappresentata da coloro che pretendono di entrare nel recinto attraverso altre parti "chi non entra dalla porta é un ladro o un bandito" e che pretendono nella loro cecità di condurti a Dio, senza conoscerlo.
"Chi invece entra per la porta é il pastore delle pecore, le pecore lo riconoscono e lui le conduce". In definitiva Gesù asserisce di essere sia la porta sia il buon pastore, e solo se uno entra attraverso di Lui sarà salvo. Il significato del concetto della porta é la conoscenza di Dio; farisei, scribi e sacerdoti hanno la presunzione della conoscenza di Dio, ma non ce l’hanno realmente: essi la sostituiscono con la loro, interpretando i comandamenti a loro modo. È per questo che Gesù definisce i farisei e gli scribi come ladri briganti, perché illudevano il popolo e non lo orientavano verso la conoscenza di Dio, perché non amavano le pecore e le portavano alla perdizione disperdendole lontano dall’ovile.
Guardando le folle Gesù ebbe compassione perché erano come pecore senza pastore, erano guidate da coloro che non erano entrati attraverso la porta: solo chi entra nella verità diventa il pastore, ecco perché rivela di essere la porta e quindi la Verità che é in grado di condurre le pecore al Padre. Gesù si presenta con insistenza: "Io sono la porta", ho la verità in Dio, dovete passare attraverso di me perché sono colui che ha la verità, "Io sono la verità, la via, la vita".
L'evangelista Giovanni, con questa testimonianza di Gesù, sottolinea che entrare attraverso la porta significa entrare nella conoscenza di Dio, entrare nell'ovile dove ci sono le altre pecore condotte dal pastore. Questa presenza del pastore garantisce il pieno possesso della verità, altrimenti le pecore non si salvano, in quanto é solamente la verità che può salvare. E qui Giovanni introduce un altro tema: cosa fanno le pecore? Sono condotte al pascolo dal pastore, quindi il pastore é lì per loro e per il loro benessere. Giovanni in questo modo asserisce che il benessere dell’uomo può solamente derivare dalle verità di Dio, che significa avere la certezza della sua presenza.
Ecco allora svelato che il benessere dell’uomo inizia nella percezione della presenza di Dio; infatti le pecore vengono condotte ai pascoli e quel "condotte" sta a significare che il loro benessere non é rappresentato di per sé dai pascoli, ma dal fatto di esservi portate, accompagnate, guidate e di sapere che a farlo é il Pastore. Si può affermare che la fonte di questo benessere si basa sulla confortante sicurezza che il pastore non ti lascerà mai, perché é un pastore fedele.
Sentiamoci tutti come pecore che attendono il pastore, perché circondati da ladri e da briganti che ci distolgono dalla verità e non ci potranno condurre alle certezze di Dio, possiamo non smarrire la guida e la porta che ci riconduce all’ovile. Dobbiamo chiedere la grazia di riconoscere il vero pastore, quello che ci conosce per nome; dobbiamo affidarci a Gesù: solo così nasceranno in noi l’assoluta certezza e sicurezza che ci daranno la forza di affrontare qualunque difficoltà. Nulla ci potrà distogliere da questa certezza, che per noi l’unico sostegno é Gesù.